Né per spirito di casta né perché tanto tempo fa sono stato un collaboratore del quotidiano (dal quale non mi sono separato amichevolmente..)
Ma perché detesto i picchiatori. Quelli che usano i muscoli, anche nel nostro mestiere di parolai. E Vittorio Feltri è tra questi. Il suo editoriale di oggi lo dimostra. Non c'entra niente con il giornalismo, bellezza...
venerdì 28 agosto 2009
martedì 7 luglio 2009
Il piatto (troppo) pieno.
Dei nostri giorni tristi dice splendidamente Marco Belpoliti.
Su Nazione Indiana.
Su Nazione Indiana.
martedì 30 giugno 2009
Martin Eden
Nell'anno del centenario Mondadori manda in libreria un'ottima edizione del capolavoro di Jack London.
Potete trovare informazioni qui: c'è anche una bella rassegna stampa e ne sono contento per Davide Sapienza che è un'ottima persona.
Buona lettura!
Potete trovare informazioni qui: c'è anche una bella rassegna stampa e ne sono contento per Davide Sapienza che è un'ottima persona.
Buona lettura!
lunedì 15 giugno 2009
Bahia!
di Marco Ciriello
A Lubiana una banda di contadini ha rubato una notte di sangue con il chiaro intento di seppellirla. Contiene: euforia di zingari, incendi e corpi mutilati, una campana che suona allarme, carcasse di vacche, cani arsi vivi che abbaiano ai cuori di chi sta dall’altra parte della valle, case abbattute, porte sfondate, paesi distrutti, sangue ovunque che sporca neve e pane di granturco. Di lato, lo spavento bambino di un vecchio, grasso che sembra disegnato: con una pancia da museo, in testa: un cappello di perfezione, ha visto uccidere tre figlie e rispettivi mariti, tutti appesi a una forca improvvisata, e lui, sotto a disperarsi, sperando che il cuore si spacchi, che la notte venga seppellita per sempre, e si trascini il suo corpo col carico di dolore. Chiede una fossa grande, dalla quale non si vedano le bugie del paradiso e una mandola per suonare la sua sventura.
Radiobahia: suona “Black Love” dei Black Flag
venerdì 5 giugno 2009
Moreschiade # 2 - Perché la neoavanguardia non sopporta lo scrittore Antonio Moresco.
Ieri, sul Foglio, Edoardo Camurri ed io abbiamo firmato due pezzi a proposito del lavoro di Antonio Moresco. Eccoli qui di seguito.
di Jacopo Guerriero
di Jacopo Guerriero
Di lui si potrebbe dire quello che di Federigo Tozzi scriveva Giacomo Debenedetti: «Narra in quanto non può spiegare». E certo questa poetica in negativo è già all’origine degli equivoci. La dichiarazione per il mistero e l’oltranza di ogni realtà che la scrittura non può mettere in fila ma che deve comunque inseguire. Immaginazione dinamica dei misteriosi atti nostri, la sola estetica che lo può riguardare.
Antonio Moresco raccoglie per Mondadori l’edizione integrale di Canti del caos (pp. 1072, 25 euro). E dopo quindici anni di lavoro -la prima sezione dell’opera era stata pubblicata da Feltrinelli nel 2001, la seconda da Rizzoli nel 2003- al termine della nuova, terza parte di questo romanzo mondo, smisurato e ambizioso, ci si accorge che un tentativo d’interpretazione ancora manca.
Motivazioni?
Forse per via dell’inimicizia perenne che oppone l’autore alla neoavanguardia, ai maggiori esponenti dell’organizzazione culturale. Contrasto che ha finito, malgré lui, per connotare e appiattire Moresco sul suo personaggio. Forse perché le polemiche sul suo conto hanno creato solo opposte fazioni interessate. Così accade che se su queste pagine Edoardo Camurri qualche tempo fa lo definiva “programmaticamente non divertente”, oggi idealmente gli risponde sull’Espresso Carla Benedetti che lo definisce autore di “qualcosa di mai udito prima”.
Eppure non serve fare di Moresco un’icona da canone antilight per eccellenza, come dipingerlo campione di un travaglismo letterario che non gli rende giustizia. Andiamo al centro.
Che libro è questa narrazione monstre? E perché, come in un’allucinazione collettiva, non si ha il coraggio di applicarle categorie letterarie?
Metanarrazione che prende forma sotto gli occhi di un lettore sgomento, la prima parte di Canti del caos scaturisce da uno scambio acceso tra il Gatto e il Matto, personaggi che ritornano da Gli esordi, il primo, monumentale romanzo dell’autore. Rispettivamente, qui, i due giocano la parte dell’editore e dello scrittore che attendono in fieri alla costruzione di quest’impresa narrativa che si avvia, oltre ogni ironia, alla fine dei tempi. I due moltiplicano il loro racconto. E danno vita a personaggi che, in gemmazione, si inseguono e si superano, rivendicano per se la prima persona. Impongono svolte alla trama e forzano i confini dell’architettura narrativa. L’ambientazione, all’inizio, è quella del porno estremo. Corpi in sofferenza, violati. L’uomo dalla paresi masturbatoria, la Musa, la Ragazza con l’assorbente, la Principessa, i Cellophanatori. Tutti enunciano la loro condizione di vita e l’interazione -dentro il romanzo- con gli altri personaggi dei Canti. Il ricorso alla paratassi è ossessivo e la deformazione del linguaggio produce deviazioni oniriche che però non celano nessun segreto, solo una tragica assenza di senso.
Nella seconda parte, invece, è l’entrata in scena di Dio e di papa Elvis II a dettare l’accelerazione narrativa. Lo sfondo parossistico è quello di un’era depauperata, il contesto imbelle del libero mercato, votato sempre all’autosuperamento. Il pianeta è in vendita, il mercato stesso è tutto in vendita. Un moto irrazionale è alle porte. Un nuovo, terribile annuncio incombe sui personaggi -cresciuti a dismisura nel numero- a segnare un prima e un dopo. L’Investitore ha i guanti e si aggira nottetempo per periferie desolate. La Musa cambia nome. Il Matto getta la penna e entra direttamente nel flusso narrativo.
Come in una liquidazione del mondo si liquefanno gli ordinamenti, le strutture, le identità personali, tutte le sostanzialità. E così si arriva all’ultima e terza parte che segna l’entrata in scena di ambientazioni dominate dalla genetica e dall’hacking digitale.
Ora ci sono ombre che si inseguono. Non ci sono più i corpi. Copertina, un altro dei personaggi, è dentro un motel che crede vuoto ma che al contrario e abitato da impalpabili presenze. C’è un disastro che incombe dietro al progresso illimitato delle intelligenze artificiali? Prima dell’ultima, definitiva implosione, questa è la scena della tecnica con tutte le sue implicite pulsioni autodistruttive.
Ora, che di fronte a un’opera del genere le reazioni si riducano all’esaltazione o alla riprovazione pare alquanto ingeneroso.
Moresco, anche se non viene riconosciuto come tale, è un autore allegorico e benjaminiano. Seguendo la definizione che di allegoria offre Franco Petroni in Le parole di traverso, il suo splendido saggio dedicato a ideologia e linguaggio nella narrativa d’avanguardia del primo novecento.
E’ uno scrittore capace di mettere in scena la realtà per frammenti, dismisure accettate e sofferte nel corpo esibito dei suoi personaggi, lontani dalla sicurezza e dalle retoriche che implicano invece gli archetipi junghiani o hillmaniani. Gli esseri inquietanti, dal respiro animale, che dominano le sue pagine sono solo immagini che si accostano ad altre immagini, che nel loro disperato mettersi in scena privo di senso acquistano ancora di senso. Tutto il resto è inutile. Assurdo pensare a rappresentazioni formali e ordinate di una realtà che solo quando è rivelata nei suoi aspetti di oltranza diventa pulsante.
C’è dell’altro, certo. Da Federigo Tozzi siamo partiti e con Federigo Tozzi ci piace concludere. Dalla storia di esclusione di uno dei più strepitosi letterati italiani proviamo a trarre qualche lezione. E chissà che l’irrudicibilità di Moresco al nostro tempo e alla critica non passi proprio da quella stessa affezione alla profondità (al “profondismo” dicevano i critici di Tozzi, irridendolo) che significa poi un atteggiamento fieramente antipositivista, una predisposizione alla messa in scena di quello che non cade sotto la lente del verosimile e del razionale, ma del mistero. Parola forse fastidiosa che non certo può essere usata -per Moresco- in un orizzonte salvifico. Che però spiega comunque la sua passione irredenta per l’alterità che gli balena di continuo. Seguendo quella poetica negativa che lo allontana dai ragionieri del consumo e del cristallo letterario, definitivamente.
Antonio Moresco raccoglie per Mondadori l’edizione integrale di Canti del caos (pp. 1072, 25 euro). E dopo quindici anni di lavoro -la prima sezione dell’opera era stata pubblicata da Feltrinelli nel 2001, la seconda da Rizzoli nel 2003- al termine della nuova, terza parte di questo romanzo mondo, smisurato e ambizioso, ci si accorge che un tentativo d’interpretazione ancora manca.
Motivazioni?
Forse per via dell’inimicizia perenne che oppone l’autore alla neoavanguardia, ai maggiori esponenti dell’organizzazione culturale. Contrasto che ha finito, malgré lui, per connotare e appiattire Moresco sul suo personaggio. Forse perché le polemiche sul suo conto hanno creato solo opposte fazioni interessate. Così accade che se su queste pagine Edoardo Camurri qualche tempo fa lo definiva “programmaticamente non divertente”, oggi idealmente gli risponde sull’Espresso Carla Benedetti che lo definisce autore di “qualcosa di mai udito prima”.
Eppure non serve fare di Moresco un’icona da canone antilight per eccellenza, come dipingerlo campione di un travaglismo letterario che non gli rende giustizia. Andiamo al centro.
Che libro è questa narrazione monstre? E perché, come in un’allucinazione collettiva, non si ha il coraggio di applicarle categorie letterarie?
Metanarrazione che prende forma sotto gli occhi di un lettore sgomento, la prima parte di Canti del caos scaturisce da uno scambio acceso tra il Gatto e il Matto, personaggi che ritornano da Gli esordi, il primo, monumentale romanzo dell’autore. Rispettivamente, qui, i due giocano la parte dell’editore e dello scrittore che attendono in fieri alla costruzione di quest’impresa narrativa che si avvia, oltre ogni ironia, alla fine dei tempi. I due moltiplicano il loro racconto. E danno vita a personaggi che, in gemmazione, si inseguono e si superano, rivendicano per se la prima persona. Impongono svolte alla trama e forzano i confini dell’architettura narrativa. L’ambientazione, all’inizio, è quella del porno estremo. Corpi in sofferenza, violati. L’uomo dalla paresi masturbatoria, la Musa, la Ragazza con l’assorbente, la Principessa, i Cellophanatori. Tutti enunciano la loro condizione di vita e l’interazione -dentro il romanzo- con gli altri personaggi dei Canti. Il ricorso alla paratassi è ossessivo e la deformazione del linguaggio produce deviazioni oniriche che però non celano nessun segreto, solo una tragica assenza di senso.
Nella seconda parte, invece, è l’entrata in scena di Dio e di papa Elvis II a dettare l’accelerazione narrativa. Lo sfondo parossistico è quello di un’era depauperata, il contesto imbelle del libero mercato, votato sempre all’autosuperamento. Il pianeta è in vendita, il mercato stesso è tutto in vendita. Un moto irrazionale è alle porte. Un nuovo, terribile annuncio incombe sui personaggi -cresciuti a dismisura nel numero- a segnare un prima e un dopo. L’Investitore ha i guanti e si aggira nottetempo per periferie desolate. La Musa cambia nome. Il Matto getta la penna e entra direttamente nel flusso narrativo.
Come in una liquidazione del mondo si liquefanno gli ordinamenti, le strutture, le identità personali, tutte le sostanzialità. E così si arriva all’ultima e terza parte che segna l’entrata in scena di ambientazioni dominate dalla genetica e dall’hacking digitale.
Ora ci sono ombre che si inseguono. Non ci sono più i corpi. Copertina, un altro dei personaggi, è dentro un motel che crede vuoto ma che al contrario e abitato da impalpabili presenze. C’è un disastro che incombe dietro al progresso illimitato delle intelligenze artificiali? Prima dell’ultima, definitiva implosione, questa è la scena della tecnica con tutte le sue implicite pulsioni autodistruttive.
Ora, che di fronte a un’opera del genere le reazioni si riducano all’esaltazione o alla riprovazione pare alquanto ingeneroso.
Moresco, anche se non viene riconosciuto come tale, è un autore allegorico e benjaminiano. Seguendo la definizione che di allegoria offre Franco Petroni in Le parole di traverso, il suo splendido saggio dedicato a ideologia e linguaggio nella narrativa d’avanguardia del primo novecento.
E’ uno scrittore capace di mettere in scena la realtà per frammenti, dismisure accettate e sofferte nel corpo esibito dei suoi personaggi, lontani dalla sicurezza e dalle retoriche che implicano invece gli archetipi junghiani o hillmaniani. Gli esseri inquietanti, dal respiro animale, che dominano le sue pagine sono solo immagini che si accostano ad altre immagini, che nel loro disperato mettersi in scena privo di senso acquistano ancora di senso. Tutto il resto è inutile. Assurdo pensare a rappresentazioni formali e ordinate di una realtà che solo quando è rivelata nei suoi aspetti di oltranza diventa pulsante.
C’è dell’altro, certo. Da Federigo Tozzi siamo partiti e con Federigo Tozzi ci piace concludere. Dalla storia di esclusione di uno dei più strepitosi letterati italiani proviamo a trarre qualche lezione. E chissà che l’irrudicibilità di Moresco al nostro tempo e alla critica non passi proprio da quella stessa affezione alla profondità (al “profondismo” dicevano i critici di Tozzi, irridendolo) che significa poi un atteggiamento fieramente antipositivista, una predisposizione alla messa in scena di quello che non cade sotto la lente del verosimile e del razionale, ma del mistero. Parola forse fastidiosa che non certo può essere usata -per Moresco- in un orizzonte salvifico. Che però spiega comunque la sua passione irredenta per l’alterità che gli balena di continuo. Seguendo quella poetica negativa che lo allontana dai ragionieri del consumo e del cristallo letterario, definitivamente.
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